This is written in Italian. It is the tradition of Santa Claus or Saint Nicholas. The origins are from Lycia, part of Asia Minor.
BABBO NATALE
San Nicola
San Nicola è uno dei santi più celebri e amati del mondo. Originario della Licia, dove nacque intorno al 270, fu vescovo di Mira e il suo culto s'è diffuso ovunque, anche in Italia. Nel Molise, è santo tra i più venerati, basterà ricordare che è patrono di ben 15 paesi: Bonefro, Pizzone, San Polo Matese, Macchiagodena, Macchia d'Isernia, Macchia Valfortore, Vastogirardi, San Giuliano del Sannio, Fossalto, Guardiaregia, Lupara, Provvidenti, Lucito, Duronia, Castel del Giudice.
San Nicola è figura misteriosa, intorno a cui si sono moltiplicate leggende e credenze popolari. A Nicola di Licia vengono attribuiti vari patronati: dei viaggiatori, dei marinai, dei prigionieri, dei pastori, degli oppressi, dei servi, e di tutti coloro che in qualche modo sono sofferenti e si trovano in difficoltà. Ciò che l'ha caratterizzato universalmente, però, è certamente la protezione dell'infanzia, un protettorato che gli deriva da un episodio agiografico secondo il quale il Vescovo di Mira avrebbe ridato vita a tre fanciulli uccisi, tagliati a fette e conservati in salamoia da un macellaio. Nicola è in tal modo diventato il santo dei bambini (non a caso è menzionato in numerose ninne nanne, nelle quali è invocato a protezione del bimbo dormiente). Pertanto, è anche il santo "di Gesù Bambino", titolare d'una festa che anticipa il Natale - San Nicola, infatti, si festeggia il 6 dicembre, data della sua morte [dies natalis], avvenuta tra il 345 e il 352 - e che l'ha costretto a vestire i panni bianco-scarlatti d'un mito dei fanciulli di tutto il mondo: Babbo Natale.
Il nome Nicola deriva dal greco Nikòlaus che, attraverso le grafie di vari idiomi europei, diventa Niclaus e poi Claus, da cui Santa Claus, che è appunto il nome con cui gli statunitensi chiamano Babbo Natale. Il mantello vescovile si cambiò in una zimarra rossa orlata di pelliccia e la mitra in un floscio tutulus dello stesso colore. Aggiunta una slitta trainata da renne, la trasformazione risultò completa. Si tratta della più strana e sorprendente mutazione che il mondo laico abbia mai effettuato su un santo.
Il fatto che Santa Claus dispensi regali trova fondamento in una leggenda legata a San Nicola. Egli, infatti, donò tre sfere d'oro ad altrettante giovanette, salvandole dal meretricio a cui voleva avviarle il padre che non poteva maritarle perché povere e senza dote. Il dono delle tre preziose sfere assurge a dono simbolo, il presente che i bambini attendono nel periodo natalizio.
Natale Molisano - «Le magiche tredici notti»
La Notte del Sole Invitto | Natale igneo | La Faglia di Oratino | La 'Ndocciata di Agnone
Le magiche tredici notti sono quelle del periodo a cavallo tra la fine dell'anno vecchio e l'inizio del nuovo. È il periodo che s'apre con la notte di Natale e, attraverso il San Silvestro, si conclude con la notte dell'Epifania, tra il 5 e 6 gennaio. Sono tredici notti di sacralità e sortilegi, trascorsi tra credenze pagane e culti cristiani. Sono notti di festa, segnate da una ricca varietà di tradizioni.
La Notte del Sole Invitto
La data della nascita di Cristo è sconosciuta. Neppure i Vangeli la segnalano con precisione, anzi Luca allude a circostanze che fanno pensare ad un periodo diverso da quello invernale. Solo nel IV secolo si consolida la tradizione di festeggiare la Natività il 25 dicembre (VIII Kalendas Januarias). Questo giorno, in realtà, è una data convenzionale, scelta in ragione di passaggi ciclici stagionali e frutto d'un processo sincretico. Il Natale, infatti, ha radici precristiane. La festa della Natività di Gesù ha origine dall'antichissima celebrazione pagana in onore di Mithra (figlio del Sole e Sole egli stesso), che trovava svolgimento nella data inneggiante al Dies Natalis Solis Invicti (giorno della nascita del sole invitto) che cadeva appena dopo il solstizio d'inverno, quando l'astro fulgente, dopo il massimo declino, aveva da poco ripreso la sua ascesa celeste. Tale momento "critico", che si verifica sul finire di dicembre, è quello in cui si comincia a percepire concretamente l'eliorinascenza stagionale.
Il sacro giorno della [ri]nascita del Dio Sole aveva valore magico, propiziatorio e simbolico, poiché la Stella Invitta rappresentava sia la luce da contrapporre alle tenebre delle lunghe notti invernali sia il calore che doveva scaldare le fredde giornate cheimerine. Il Cristianesimo è riuscito a trasferire a sé tali pratiche religiose, modificando la "nascita del sole" con la "nascita di Cristo", e la "luce solare" con la "luce divina del Figlio di Dio". Il sincretismo si compì lentamente, finché la notte tra il 24 e il 25 dicembre, cioè la nox postsolstiziale che coincideva con l'occasione in cui ormai da secoli si festeggiava una luminosa genesi astrale, divenne anche la notte della nascita del nostro Dio.
Se è vero che il Natale discende da antiche cerimonie dedicate al Dio Sole, non deve stupire che, nonostante siano trascorsi molti secoli, gli antichi significati siano sopravvissuti. Infatti il fuoco, un elioemblema universale, è l'elemento fondamentale di numerosi rituali natalizi europei ed extraeuropei. Il mito racconta che Mithra stringeva sempre in mano una torcia, che rappresentava la luce e il calore che egli effondeva sul mondo. Questa stessa torcia, sotto fattezze e dimensioni diverse, si ritrova in varie feste natalizie della nostra regione.
Natale igneo
Molte feste molisane celebrate in occasione della Natività vengono caratterizzate da falò di diversa forma che, accesi la sera della vigilia della festa, svolgono una funzione purificatrice e rigeneratrice o interpretabile quale magia simpatica. Tali fuochi rituali sono denominati in vari modi: Faglie, Farchie, Stuccie, Cartocci, Favone e, tra le minoranze slave, Smrk. Ma il nome più usato è 'Ndocce, derivante dal vocabolo torcia, in dialetto divenuto 'ntorcia, poi 'ndorcia e, infine, 'ndoccia.
Questi riti ignei risultano diffusi in numerosi luoghi della regione: Agnone, Acquaviva Collecroce, Bagnoli del Trigno, Belmonte del Sannio, Castelverrino, Filignano, Montefalcone nel Sannio, Pescopennataro, Pietrabbondante, Roccavivara, Oratino, Poggio Sannita, Pietracupa, Sant'Angelo del Pesco. E fino ad alcuni anni or sono (con recenti tentativi di revival) erano in uso grossi falò o piccoli fuochi natalizi pure in molte altre località.
La Faglia di Oratino
A Oratino, la sera della vigilia di Natale, sul sagrato della Chiesa Madre, viene innalzata la faglia, che sarà arsa con l'approssimarsi della mezzanotte. La faglia (probabilmente dal latino facula = piccola fiaccola, torcia) è un enorme "cero" realizzato con centinaia di fusti di canne affastellate e tenute insieme da una ventina di cerchi, che sono legacci ottenuti da rametti di albero (di solito olmo).
Le canne vengono raccolte nei giorni precedenti il rito, e tenute un po' ad essiccare al fine d'una loro migliore combustione. Apposite squadre girano per le campagne e "rubano" le piante necessarie alla realizzazione della faglia. Dopo la fase della raccolta, s'inizia a costruire il torcione. Dentro i cerchi sono collocate le prime canne fino a raggiungere un iniziale corpus cilindrico. Man mano che l'inserimento della ulteriori canne si fa più difficoltoso, s'interviene con la battitura. Utilizzando il partielle, una sorta di rudimentale martellone ligneo, dotato d'un grosso manico alla cui estremità c'è una zona più ampia e massiccia, si "battono" le canne che vengono conficcate a mo' di clavus nei cerchi, fino a creare una struttura compatta e uniforme.
Le dimensioni della faglia, che ha forma cilindrica, sono considerevoli. È alta una dozzina di metri, con un diametro di base di circa due. Il giorno della festa, la faglia è portata in giro per il paese. Per il trasporto occorrono alcune decine di persone, che sostengono la struttura con dei robusti pali di legno. Durante la sfilata, la torcia è tenuta orizzontalmente e sulla sua zona antistante monta il capofaglia, un uomo che, ritto in piedi o a cavalcioni, guida il corteo e ogni tanto urla strofette popolari, ringraziando chi ha "donato" le canne. Dinanzi alla sfilata, una bandarella suona e richiama l'attenzione della popolazione, buona parte della quale segue la faglia partecipando al corteo.
Una delle fasi del rito è l'alzata. Al far della sera, l'enorme torcia, con argani, funi e corde d'acciaio, viene issata davanti alla torre campanaria della chiesa, quindi viene tenuta ritta su se stessa con dei lunghi puntelli. Infine, all'ora stabilita, viene dato fuoco alla faglia, che arde a lungo per salutare l'arrivo del Natale.
La 'Ndocciata di Agnone
Altra nota festa natalizia è la 'ndocciata di Agnone, consistente in una sfilata di numerose 'ndocce, particolari fiaccole multiple di cui, a fine Ottocento, Giuseppe Cremonese diede una descrizione: "si fanno con fastelli di rami o di liste d'abete dai nostri giovani contadini, i quali sogliono accenderle la sera della vigilia del S. Natale, e procedendo dalla campagna tutti riuniti in città, vanno a fermarsi, chi avanti le proprie case e chi in quelle dei padroni o parzionali, facendo scoppiare pure delle botte, mentre suonano le campane delle chiese".
Le 'ndocce agnonesi, così come oggi vengono preparate, sono strutture dalla caratteristica forma a ventaglio. Si tratta di torce composte da polifiaccole (sono marginalmente in uso, ad inizio sfilata, anche monotorce) di numero variabile, sempre pari, fino a esemplari costituiti da venti fuochi e oltre. Le 'ndocce, alte circa 4 metri, vengono trasportate da uno o due portatori in costume contadino. I portatori ('ndocciari) introducono la testa tra le fiaccole, afferrandone saldamente due e tenendo in equilibrio l'intera struttura. Durante la sfilata, gli 'ndocciari eseguono la ruotata, una piroetta con cui, compiendo una rotazione di 360 gradi su se stessi, mostrano tutto lo splendore delle fiaccole e fanno sì che il fuoco formi spettacolari strisce di luce.
Il materiale usato per la fabbricazione delle 'ndocce agnonesi è l'abete bianco, una pianta resinosa e di facile combustione, rintracciabile nei boschi e nelle fustaie di un'area che comprende vari comuni della provincia di Isernia. I tronchi sono ripuliti e tagliati in sottili listelli, legati tra loro "a mazzo" e sovrapposti fino a raggiungere la giusta altezza. Questo lungo gruppo di masselli legnosi è arricchito nella parte superiore da steli secchi di ginestre; le 'ndocce così fatte, allorché ardono, scoppiettano caratterizzando anche sonoramente il rituale.
La 'ndocciata di Agnone, anticamente, si svolgeva a sera tarda fino al sopraggiungere della mezzanotte. Attualmente, per esigenze turistiche, viene anticipata di alcune ore, ed ha inizio con l'arrivo della prima oscurità serale. Una volta le 'ndocce erano accese soprattutto nell'agro della città e davanti agli usci delle case. Oggi sono destinate ad una spettacolare sfilata nel centro cittadino e ad un enorme falò finale. Sono decine e decine le 'ndocce condotte in processione, che trasformano le strade in un rilucente "fiume di fuoco".
Secondo una diffusa credenza popolare molisana, i fuochi di Natale servono a "scaldare Gesù Bambino". In realtà questa ingenua demo-interpretazione sminuisce i veri significati di tali rituali. La faglia e la 'ndocciata rappresentano un sistema religioso complesso, uno status liminale in cui la comunità "cade" e che deve essere esorcizzato. L'espressione autentica del culto oratinese e agnonese è una teofania che viene invocata con l'adorazione del fuoco e si materializza nella luce e nel calore tipico delle cerimonie ignee.
La 'Ndocciata in giro per il mondo
Il Presepe
Il presepe, dal latino praesepium (dinanzi al recinto e, in senso più ampio, recinzione per animali, stalla) indica la rappresentazione visuale della Natività. L'iconografia cristiana ha sempre raffigurato la nascita del Messia, soprattutto in esecuzioni pittoriche di cui le nostre chiese sono piene. Tali opere dell'arte figurativa hanno ispirato i veri e propri presepi, che sono riproduzioni della scena che, secondo la tradizione, fu quella della Notte di Natale: una grotta o capanna, il Bambinello nella mangiatoia tra un bue e un asinello, la Madonna e San Giuseppe, i pastori, gli zampognari, gli angeli. Ma nei nostri presepi domestici vi sono pure molte figure che rappresentano il quotidiano, pupazzi spesso diacronici rispetto al resto della scena.
L'idea del presepe si diffuse già agli albori del Cristianesimo. La prima basilica romana dedicata alla Madonna, infatti, è quella intitolata a Santa Maria Maggiore (V-VI secolo) che venne chiamata anche di Sancta Maria ad Praesepe per effetto d'una cappelletta dove si conservavano i resti della mangiatoia che, secondo la tradizione, sarebbe stata quella di Betlemme.
Celebri sono diventati i presepi napoletani del Settecento, autentiche opere d'arte cui si dedicarono maestri artigiani e scultori che realizzarono, in modo minuzioso ed espressivo, figure tanto belle da sembrare quasi "vive".
Il presepio, un tempo, veniva preparato nelle case di quasi tutte le famiglie già all'inizio di dicembre, e restava montato fino all'Epifania, che sanciva l'arrivo dei Re Magi. L'ultima figura a farne parte era quella di Gesù Bambino che veniva inserita al proprio posto solo alla mezzanotte della vigilia di Natale. Una tradizione voleva che ad aggiungere il Bambinello fosse il più giovane della famiglia.
Oggi ha preso piede l'allestimento di presepi viventi, laddove i protagonisti della Natività sono interpretati da attori dilettanti. Si ritiene che il primo presepe di questo tipo sia stato quello al quale, nel 1223, diede vita San Francesco a Greccio.
L'Albero di Natale
Sembra che l'usanza dell'Albero di Natale sia nata in tempi relativamente recenti, ma alcuni sostengono che un abies natalis fosse "venerato" già in epoca barbarica. Quella dell'albero sarebbe una tradizione d'origine germanica o comunque nordica. Ma fitoculti erano anticamente celebrati un po' in tutta l'Europa, Italia inclusa. Nel calendario celtico, ad esempio, l'abete era consacrato alla nascita di un fanciullino divino.
Va da sé che i culti arborei sono tra le espressioni religiose più forti e persistenti nelle culture di tutti i popoli, e il più importante fito-simbolo natalizio, cioè l'abete sacro, assurge a valenza di albero cosmico ed è una delle più evidenti forme contemporanee di tali espressioni cultuali.
L'Albero di Natale per antonomasia è l'abete, una pianta sempreverde che, in quanto tale, non soccombe alla morte invernale ma vi si contrappone simboleggiando la rinascenza solstiziale. Anche le luminarie che vi si appendono hanno tale medesimo valore, in quanto raffigurano la pagana lux mitraica (il sole invitto) che è - come detto - all'origine del nostro Natale cristiano.
Il Ceppo
Alla fine dell'Ottocento, Il Giornale di Sicilia (numero unico, Natale 1894) ospitò un articolo di Albina Buonpensiere intitolato: La benedizione del ceppo in Isernia. L'articolo trattava della tradizione del ceppo natalizio, detto anche ciocco o ciocchere, ovvero del grosso pezzo di tronco d'albero ch'era acceso nel camino per Natale e che, in taluni casi, era tanto grosso da poter essere usato per giorni.
Questa stessa tradizione isernina è anche citata in un volume di Paolo Toschi (Invito al folklore italiano, Roma 1962, p. 220) dove è così descritta:
…a Isernia, il capo della casa, con la gravità dei suoi anni e con quell'aria solenne di patriarca che ancora spesso si trova nei vecchi contadini, benedice il ceppo con l'acqua santa: poi, sollevando le braccia tuttora robuste il grosso tronco rugoso, prima di metterlo alle fiamme segna con esso una croce per aria e benedice il focolare, mentre tutti intorno gridano Viva Gesù.
Di tale usanza sono stato testimone alcune volte. A casa mia non c'era camino, ma non di rado la notte di Natale la passavo da mio nonno materno che eseguiva il rito dell'accensione del ceppo natalizio più o meno nel modo prima descritto. Solo che, invece di segnare il tronco con l'acqua benedetta, lui recitava i versi d'una brevissima preghiera, e a noi nipoti faceva baciare il ceppo prima di piazzarlo in un angolo del focolare.
Durante il periodo di fine anno, oltre al già citato Albero di Natale, trovano posto nelle nostre case vari altri simboli arborei, vere e proprie "piante natalizie" che rivestono valenze culturali, apotropaiche, archetipiche. Eccone tre.
L'agrifoglio
Gli antichi Romani usavano l'agrifoglio come amuletum. Lo si piantava nei giardini per tenere lontano gli spiriti maligni e, durante i saturnali, lo si portava addosso per scopi protettivi. Le sue foglie sono emblema di "difesa", difatti sono dure e munite di spine. Evocano la magia delle punte, una magia tutelare e curativa. I frutti dell'agrifoglio, rossi e tondi, simboleggiano il sole infuocato che richiama i già descritti riti ignei.
Ilex aqufolium L. (agrifoglio).
Il vischio
Leggende nordiche ascrivono al vischio una provenienza soprannaturale. Infatti, secondo una diffusa tradizione orale, esso nasce laddove cade il fulmine lanciato da una divinità. È anche una pianta parassita, priva di radici e, pertanto, "staccata" dalle cose, con una conseguente veste ascetica e sacrale. Una credenza vuole che, se si passa in compagnia sotto un ramoscello di vischio, ci si debba baciare: atto di unione, fratellanza, amore.
Il vischio (aspetti scientifici)
La stella di Natale
È l'ultima, in ordine di tempo, tra le piante natalizie. D'origine esotica, conosciuta già dal XVI secolo, arrivò negli Stati Uniti d'America nell'Ottocento e cominciò ad essere regalata a Natale. Negli ultimi anni, tale uso ha trovato fortuna pure in Italia, dove la stella viene coltivata in climi caldi come quelli siciliani. È un fiore caratterizzato dal colore rosso vivo che lo fa assomigliare ad un astro splendente, un luminoso e "caldo" addobbo natalizio. Il rosso, inoltre, è anche il cromosegno dell'amore.
di Mauro Gioielli